Ritardare i pagamenti o i rimborsi e fare costantemente accavallare questi ritardi gli uni sugli altri – tale è stato insomma il grande segreto del regime capitalistico moderno, la cui definizione più esatta sarebbe forse: «un regime che morirebbe in caso di una verifica simultanea di tutti i conti». Esso si alimenta di un ottimismo che sconta di continuo i profitti dell’avvenire, il suo eterno equilibrio instabile.”

M.Bloch, Lineamenti di una storia monetaria d’Europa


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La crisi dieci anni dopo: alla base del faro non c’è luce

Allo scoccare del decimo anno della Grande Crisi deflagrata negli USA nell’agosto 2017 non possiamo riscaldarci al tenue fuoco della (debole) crescita che si registra in Europa e nel mondo sviluppato. Nonostante le immense quantità di denaro immesso dalle Banche centrali nel sistema bancario (nella sola Europa dal 2008 al 2015 oltre 3.500 miliardi di euro in termini di garanzie) per alleviarne le “sofferenze”, le banche sono oggi gonfie di liquidità, fino al limite di una nuova bolla finanziaria, e tuttavia stentano a investire nell’economia reale, terrorizzate da una possibile interruzione di questi flussi di denaro da cui ormai dipendono.

Ma senza credito e, dunque, senza l’immissione di denaro nell’economia reale (obiettivo per il quale è stato concepito il Quantitative easing, che pure ha “pompato” nelle banche centrali dei paesi UE ben 4.900 miliardi di euro dalla BCE) gli effetti sociali della crisi non vengono ridotti significativamente. La timidezza di investimenti pubblici e di politiche fiscali tese a ridurre gli squilibri della pressione fiscale fra i più 

 

ricchi e i meno abbienti che abbiamo registrato in Europa per effetto delle politiche di austerità, ha così ridotto l’efficacia degli stimoli monetari, mantenendo sostanzialmente intatti gli squilibri fiscali. Di più, il Quantitative Easing è stata una politica realizzata senza una chiara strategia selettiva. Così la BCE ha investito in settori critici (come l’acquisto di azioni di aziende nel settore del gioco d’azzardo (l’austriaca Novomatic). In un clima di grande opacità la BCE non si è resa disponibile a rendere pubbliche le informazioni sulla quantità di soldi investiti nelle singole società, come ha denunciato la campagna Quantitative Easing for People che ha indotto 40 eurodeputati a chiedere alla BCE una maggiore trasparenza in questo ambito. Non vi sarebbe nessuna limitazione dell’indipendenza della BCE se il Parlamento e la Commissione Europea fornissero un indirizzo chiaro alla banca per investire lo stimolo monetario in direzione di un Green Quantitative Easing, attraverso la BEI.

In base ad un malinteso principio di neutralità, la BCE ha diretto i propri investimenti verso settori controversi senza adottare un indirizzo di selezione che valorizzasse un impatto sociale positivo a favore di uno sviluppo socio economico ecosostenibile.

Regolare la finanza: la Grande Rinuncia

Dopo 10 anni dall’inizio della crisi, a differenza che negli anni successivi alla Grande Depressione del 1929, il potere pubblico ha, finora, evitato di porre mano ad una seria regolamentazione del settore bancario e della finanza in generale. E’ vero che il mondo di oggi è molto diverso da quello di quasi un secolo fa e che oggi la tecnologia da un lato e i processi di globalizzazione dall’altro rendono oggettivamente più problematica l’attività regolatrice della mano pubblica, ma non possiamo dimenticare che il Glass-Stegall Act del 1933 introducendo la distinzione fra banche d’investimento e banche commerciali aveva “regalato” trent’anni di stabilità economica e crescita al mondo intero; mentre oggi i deboli tentativi di limitare e riformare Wall Street operati dalla Amministrazione Obama (la Volcker rule, 2013) e quelli ancora largamente incompiuti e contraddittori della Commissione Europea, hanno lasciato che gli “spiriti animali” della finanza predatoria e l’high-frequency trading possano ancora agire senza regole (over, ma anche under, the counter, cioè in ombra ma anche alla luce del sole), mettendo a rischio i risparmi dei cittadini, accumulando enormi patrimoni e mancando di adempiere alla funzione sociale cui, ad esempio, la Costituzione italiana richiama l’impresa privata, attraverso paradisi fiscali e regimi fiscali particolarmente favorevoli per i detentori di grandi ricchezze. Proprio lo scorso 24 ottobre la Commissione Europea ha comunicato ufficialmente di far decadere la proposta legislativa di regolamentazione per promuovere misure strutturali di resilienza degli istituti di credito europei (COM/2014/43 final). Questo progetto, avanzato nel lontano 2014 dal commissario UE Michel Barnier, conteneva fra le altre cose la separazione delle banche d’investimento, con le loro attività sui mercati finanziari, dalle banche commerciali volte a finanziare l’economia reale: rinunciando a regolamentare in tal modo il settore, la politica europea rinuncia a rafforzare l’economia reale e gli investimenti di lungo periodo, favorendo ancora una volta le attività finanziarie speculative di più corto respiro.

La solenne promessa da tutti i governi proclamata a gran voce, mentre stavano elargendo grandi quantità di risorse pubbliche per salvare le banche, che niente sarebbe stato come prima è rimasta in gran parte lettera morta. Così, se il valore complessivo dei derivati negli ultimi 11 anni è sceso a 483 bilioni di dollari (rispetto al picco massimo di 711), il debito globale (Stati+privati+imprese) nel mondo ha raggiunto i 217 bilioni di dollari (cioè il 327% del PIL); soprattutto nei paesi emergenti dove il rapporto debito/PIL è passato dal 146 al 218%, in cui il debito espresso in valuta estera rischia di diventare insostenibile. Inoltre, per quanto ridotto, il problema degli NPL si sta trasformando in un grande mercato (che in Europa vale circa 1.000 miliardi di euro) in cui ingenti quantità di asset illiquidi saranno svenduti a prezzi di realizzo a fondi di private equity specializzati nell’acquisto e valorizzazione di crediti in sofferenza. Tutto ciò senza che si sia posto un freno, se non un divieto, ai meccanismi (pessime governance, conflitti d’interesse, corruzione) che hanno reso possibile che questa grande massa di crediti non esigibili si formassero; né avendo realmente disponibile (sarà completato solo nel 2024) il Fondo europeo di risoluzione bancaria finanziato dagli istituti di credito, in mancanza del quale gli Stati sono dovuti intervenire nelle crisi bancarie, sottraendo risorse pubbliche ad investimenti produttivi e nel sociale.

In sostanza, dopo 10 anni, la finanza si presenta più forte e pervasiva che mai, tutt’altro che regolamentata, gonfiata a dismisura anche a scapito della finanza pubblica sempre più oppressa dall’ideologia dell’austerità che, lungi dall’aver alleggerito i deficit degli Stati sovraindebitati, ha solo ridotto le loro possibilità di alleviare gli effetti sociali della crisi con moderne politiche di welfare e di stimolare l’economia attraverso investimenti nella green economy o nella cura del territorio.

Mentre da un lato siamo ancora in attesa di risposte riformatrici della finanza, da una tassa europea sulle transazioni finanziarie alla disclosure e al superamento dei paradisi fiscali, dal country by country report alla separazione delle banche commerciali da quelle d’investimento, provvedimenti sempre avversati dalle potentissime e opache lobbies della finanza; dall’altra le reti di protezione sociale e i diritti dei lavoratori e la dignità del lavoro sono stati immolati sull’altare dell’ideologia neoliberista che chiedeva di ritrarre la mano pubblica dalla sua funzione regolatrice e di riequilibrio delle diseguaglianze sociali in nome dell’equilibrio di bilancio diventato principio costituzionale.

Un lavoro destrutturato

Tutto ciò ha avuto pesanti conseguenze in termini di destrutturazione del lavoro e della sua perdita di peso specifico nelle prospettive di sviluppo del paese. Oggi una quota sempre minore di reddito prodotto dall’economia va alle persone che lavorano, mentre una quota crescente va alle persone che possiedono capitale. Se nel 1970 il 66% del PIL globale andava verso il lavoro, nel 2014 tale percentuale era scesa al 60,4%. Questa tendenza contribuisce a far aumentare le diseguaglianze. Il declino del lavoro è accelerato da una serie di concause, che vanno dall’aumento dell’automazione alla globalizzazione e alla delocalizzazione delle attività produttive in paesi dove il costo del lavoro è più basso e i diritti dei lavoratori più tenui. In questi processi, nelle economie in via di sviluppo, i benefici per i lavoratori sono sempre minori di quelli per il capitale. Nei paesi ricchi, che delocalizzano produzioni a maggiore intensità di lavoro verso paesi come il Bangladesh o la Cina e acquisiscono tecnologie più avanzate per produrre beni ad alto contenuto tecnologico e bassa intensità di lavoro, i lavoratori perdono centralità tanto per l’effetto della liberalizzazione dei mercati quanto per l’avvento di automazione a basso costo. L’ineluttabile evoluzione digitale dell’economia andrebbe qualificata come elemento centrale del progresso economico e sociale e, come tale, andrebbe adeguatamente vigilata perché si evitino derive negative e antisociali, perché sia produttiva di investimenti e nuova occupazione forte di una remunerazione dignitosa e di sicurezza sociale.

In Italia, nei dieci anni di crisi, queste dinamiche hanno portato ad una netta diminuzione di ore lavorate per dipendente (-6% fra primo trimestre 2008 e primo trimestre 2017), soprattutto con un aumento della quota del part-time (dal 14% al 20,8%) a discapito dei contratti a tempo indeterminato (tra luglio 2016 e luglio 2017, dei 378.000 nuovi lavoratori dipendenti, 286.000 sono a termine e solo 92.000 a tempo indeterminato, secondo i dati Istat). Inoltre è cambiata la composizione del lavoro: cresce in settori dove i salari sono scarsi e precari (turismo, ristorazione, servizi), mentre resta stagnante nei settori a più alto valore aggiunto, dove la ripresa dell’attività (sempre moderata) avviene solo in virtù di aumenti di produttività e salari. Anche questa dinamica produce un aumento delle diseguaglianze salariali e lo spostamento dell’economia italiana più verso i servizi a bassa produttività e non in grado di trainare la ripresa nel medio periodo.

Le diseguaglianze restano così il segno distintivo di quest’epoca, tanto a livello macroeconomico, quanto all’interno del mondo del lavoro. Un recente studio dell’Economic Policy Institute ha mostrato come mentre i redditi dei lavoratori del settore privato sono aumentati in termini reali nel periodo 1978-2016 meno del 12%, nello stesso periodo quelli dei top manager e CEO (comprese le stock options) delle stesse aziende sono aumentati dell’800%. E si tratta di aumenti, secondo l’EPI, non dovuti alla crescita della loro produttività individuale (il famoso merito) bensì dovute all’andamento dei mercati, tanto per le loro stock options private quanto per quelle delle imprese. Allo stesso tempo la percentuale della tassazione per i più ricchi si è ridotta (secondo il Dipartimento del Tesoro USA le tasse da redditi per i più ricchi fra il 1954 e il 2015 sono scese dal 90 al 50%, mentre le tasse sulle plusvalenze sono rimaste nello stesso periodo nello stesso range fra 25 e 28%). Ma qualcosa in questo schema si è inceppato se anche il Fondo Monetario Internazionale si è accorto del problema (che ha contribuito a generare, invero): nel suo rapporto fiscale di metà anno il FMI demolisce la teoria secondo la quale alzare le tasse dell’1% più ricco della popolazione inciderebbe negativamente sulla crescita economica, al contrario il rapporto suggerisce che per i percettori di redditi più alti si dovrebbero prevedere tasse “significativamente più alte”, proprio per fermare la crescita delle diseguaglianze nei redditi. Il responsabile dell’ufficio Affari fiscali del FMI, Vitor Gaspar, ha spiegato come la media delle tasse dei redditi più alti nei paesi più ricchi dell’OCSE è passata dal 65% nel 1981 al 35% nel 2015: “Inoltre, i sistemi fiscali sono ancora meno progressivi di quanto dichiarato ufficialmente in quanto i più ricchi hanno maggiori possibilità di accedere a maggiori sgravi fiscali”. E sempre il Rapporto del FMI sostiene che le politiche redistributive realizzate attraverso i sistemi fiscali, fra il 1985 e il 1995, hanno compensato per il 60% gli aumenti di diseguaglianze causate dal mercato. Ma fra il 1995 e il 2010, i sistemi fiscali hanno perso questa capacità.

Finanza e clima: via dal carbone

Di nuovo la finanziarizzazione dell’economia ha condizionato negativamente il ruolo del lavoro e accentuato diseguaglianze.

Così come essa ha, in larga misura, inficiato gli sforzi per arrestare la corsa verso i cambiamenti climatici e verso un cambiamento strutturale dell’economia globale. Mentre si fa un gran parlare in convegni e vertici governativi di sostenibilità, mentre si fanno solenni dichiarazioni e si firmano trattati per contenere gli aumenti della temperatura media del pianeta e si prospettano obiettivi di sostenibilità al 2030, si progettano e si costruiscono nuovi impianti di produzione di energia alimentati a carbone, finanziati e sostenuti dagli Stati, molti dei quali hanno contemporaneamente firmato il Trattato sul Clima di Parigi. Lo studio di Climate Action Tracker del dicembre 2015 censisce 1500 nuovi impianti a carbone in 850 location nel mondo. La lista delle 120 maggiori compagnie impegnate nel carbone, compilata dalla tedesca Urgewald, presenta una espansione del carbone per oltre 3.000 MW ciascuna, oppure stanno programmando nuovi impianti in paesi che fino ad ora non ne avevano (come Egitto, Malawi, Venezuela e molti altri), contribuendo così a determinarne una nuova dipendenza dall’approvvigionamento energetico prodotto dal carbone dal momento che per essere economicamente efficienti tali impianti devono restare in esercizio almeno 40 anni. Si stima che se le 120 imprese riceveranno fondi sufficienti per realizzare i loro progetti, la temperatura globale aumenterà di 4°. Ma chi garantisce il supporto finanziario a questi piani di sviluppo del carbone? Il rapporto pubblicato in agosto 2017 dalla rivista World Development mostra come dal 2013 al 2015 i sussidi al carbone sono passati da 4,9 a 5 miliardi di dollari l’anno. Ma i veri sussidi non sono solo i contributi diretti (la cui classifica è guidata da Cina, USA e Russia, con l’Unione Europea che contribuisce con poco meno della metà dei sussidi USA), bensì quelli più ampi pagati in termini di costi ambientali, quali il riscaldamento globale, le malattie e i decessi dovuti all’inquinamento dell’aria e le tasse applicate ai beni di consumo in generale. Secondo gli autori dello studio tali costi sono saliti dal 5,8% del PIL mondiale nel 2011 al 6,5% nel 2013. Di nuovo la finanza svolge un ruolo da protagonista in questo scenario. Il recente rapporto Banking on climate change della non profit americana Rainforest action work mostra come negli ultimi tre anni ben 290 miliardi di dollari sono stati i finanziamenti per le esplorazioni marine profonde per le ricerche petrolifere, nelle sabbie bituminose, in acque remote, nell’Artico (9,1 mld.) e in miniere di carbone (58 mld.), nonché per le centrali alimentate a carbone (74,7 mld.). Le maggiori banche mondiali sono attive in questo settore, dalla JP Morgan alla Royal Bank of Canada, da Bank of China a Deutsche Bank, fino a Bnp Paribas (7,8 mld.) e Unicredit (2,1 mld.).

Nonostante la crescita importante della produzione di energia da rinnovabili e delle imprese orientate all’innovazione e alla sostenibilità (come ha indicato di recente l’Eurobarometer analizzando 15.000 imprese europee), dunque, il carbone non arretra e al contrario è supportato in modo crescente dalla finanza. Per questo è necessario creare un forte movimento per il disinvestimento dal carbone che spinga governi, ma prima ancora investitori, istituzioni finanziarie, imprese, risparmiatori – ciascuno per ciò che gli compete – a concrete azioni per uscire dal carbone, per togliere il sostegno finanziario ad un sistema di approvvigionamento energetico insostenibile ambientalmente, economicamente e socialmente. Per questo sosteniamo il nuovo strumento per il disinvestimento proposto dalla tedesca Urgewald: la lista delle maggiori industrie coinvolte nella filiera del carbone (da quelle dell’escavazione a quelle della gestione delle miniere, dal trasporto al commercio del carbone, dalla ricerca di nuovi giacimenti alla gestione di impianti di produzione energetica alimentate a carbone) dalle quali banche ed investitori dovrebbero uscire. Una lista di imprese costruita secondo criteri quantitativi (le imprese in cui il 30% della produzione di energia o dei propri ricavi deriva dal carbone, imprese la cui produzione di carbone supera le 20 milioni di tonnellate o che gestiscono impianti a carbone da almeno 10.000 MW) e qualitativi (imprese che hanno in programma di realizzare nuove miniere o impianti di carbone). Uno strumento che consente di identificare gli espansionisti nel settore del carbone e di compiere scelte oggi per un futuro senza carbone. Un futuro che è condizionato oggi dalle scelte economiche e finanziarie degli Stati e di ciascuno di noi; un presente in cui ci vengono chiesti atti di responsabilità verso un pianeta in cui i cambiamenti climatici fanno già oggi sentire i propri nefandi effetti. Non solo gli eventi climatici estremi che ormai tutti gli esperti ritengono condizionati anche dalle modifiche nel clima e nell’aria indotte dall’attività antropica, ma anche il progressivo inaridirsi di aree del pianeta, la riduzione della risorsa idrica disponibile, che già oggi inducono migliaia di persone a migrare per motivi climatici (circa 200 milioni al 2050 secondo uno studio dell’Istituto per l’Ambiente e la Sicurezza Umana delle Nazioni Unite del 2015).

Finanza, educazione e consapevolezza

La finanza ha, dunque, pervaso e condizionato gran parte delle attività umane. E se ormai essa ha assunto una dimensione globale in cui pochi soggetti, fuori da ogni controllo democratico, determinano i destini dell’economia e del pianeta, è anche vero che ciascuno di noi è coinvolto, più o meno consapevolmente, in questo meccanismo e, dunque, può contribuire in una senso o nell’altro a definirne la direzione. C’è una responsabilità precipua che riguarda gli azionisti delle banche e delle istituzioni finanziarie, le cui politiche di remunerazione del capitale investito a breve termine, non si conciliano con la crescita e lo sviluppo economico di un paese, né sono un argine alle crisi, ma anzi trasformano l’economia reale in una giostra globale ove gli investitori con la I maiuscola sono i giocatori, che vincono sempre, gli investitori con la i minuscola sono coloro che sono i più, i risparmiatori che entrano timidamente in borsa o semplicemente gestiscono in modo inconsapevole i propri risparmi. Questo pone da un lato il problema dell’analfabetismo finanziario che, secondo studi della Banca Mondiale e della George Washington University (Financial Literacy around the World) confermati dal Rappo

rto Consob sulle scelte di investimento delle famiglie, dimostra come solo il 37% degli italiani ha una minima conoscenza dei concetti economici e finanziari ed è quindi in grado di compiere scelte di utilizzo dei propri risparmi minimamente consapevole. Dall’altro, però, amplia il campo delle responsabilità delle governance bancarie che, come abbiamo visto nel caso delle ripetute crisi delle banche italiane (dal MPS a Banca Etruria e alle altre popolari) dimostrano di non essere all’altezza di queste responsabilità, con comportamenti superficiali e spesso fraudolenti. Diventa sempre più urgente, giorno dopo giorno, riconsiderare il valore costituzionale del “risparmio” e del “credito” così come declinato nell’Art. 47 della Carta, presupponendo un’azione di indirizzo e controllo da parte dello Stato e dei cittadini che venga riconosciuto da un sistema bancario divenuto del tutto autoreferenziale.

Ma oggi è venuto il tempo di una comprensione delle responsabilità che tocca, in modo naturalmente diversificato, ciascuno di noi, operatori del settore, amministratori pubblici, investitori, risparmiatori, cittadini.

La finanza etica: un’alternativa che funziona

E se la finanza governa il mondo oggi più pervasivamente della politica, nel mondo si stanno rafforzando e dimostrando efficaci molte alternative alla finanza e all’economia mainstream.

La finanza etica, finalmente definita da una legge italiana, primo caso in Europa, ha saputo dimostrare che 

si può fare banca e credito in un modo più sano e ad impatto sociale positivo; ha dimostrato di essere più efficiente dal punto di vista del risparmiatore e più efficace nel garantire l’accesso al credito a soggetti normalmente ritenuti meno “bancabili”, con un tasso di sofferenze enormemente più bassi. Il confronto fra le banche etiche e quelle sistemiche, nel corso dei 10 anni della crisi, vede le prime largamente migliori negli impieghi, nella raccolta di risparmio, nell’attivo e negli utili netti, oltre che nei tassi di patrimonializzazione. Una finanza etica che funziona meglio e che opera secondo criteri di valutazione sociale e ambientale nella concessione di crediti, nonché di equità (con un rapporto fra tra il salario dei manager e quello medio dei dipendenti inferiore a 5). Infine una finanza che guarda agli interessi di tutti gli stakeholders (dai soci ai lavoratori, alla comunità nel suo complesso) e meno a quelli di corto respiro degli shareholders, gli azionisti. Una finanza che vuole parlare di portatori di valore (“valuesholders”) e non di “stakeholders” che punti all’interesse più alto come interesse di tutti.

Questi elementi dicono molto della affidabilità e delle possibilità di espansione di una finanza diversa, fino al punto di preconizzare la possibilità di riformare anche la finanza tradizionale in questo senso, misurandone l’impatto sociale, imponendo:

  • un modello sostenibile di governance anche attraverso un tetto ragionevole agli emolumenti dei manager;

  • la difesa delle famiglie e delle imprese, aggredite dalla recessione, attraverso un recupero paziente dei loro crediti;

  • la partecipazione di tutti i portatori d’interesse dagli enti pubblici, alle fondazioni, alle associazioni d’impresa, ai sindacati, alla società civile, ai cittadini e ai lavoratori alla costruzione di modelli di gestione positivi che preservino l’economia dei nostri territori da attacchi aggressivi, speculativi che aprono un varco alla corruzione e alla criminalità.

Perché, accanto alla finanza etica si sono sviluppate in questi anni migliaia di esperienze di economia civile che hanno dimostrato maggiore resilienza rispetto alla crisi, e soprattutto hanno creato circuiti economici, produttivi e lavorativi virtuosi, guardando – pur con molte difficoltà e certamente senza il sostegno pubblico di cui ha potuto godere la finanza sistemica – non solo alla sostenibilità economica delle scelte, ma anche a quella sociale e ambientale. Che una diversa finanza sostenibile sia possibile lo dimostrano le migliaia di storie di successo di cooperative sociali, botteghe del commercio equo e solidale, di imprese recuperate (workers buy out), di agricoltura sostenibile e fattorie sociali, di bioedilizia e housing sociale, di mobilità sostenibile, turismo responsabile, di sistemi di scambi locale e di monete complementari, di associazioni, circoli, fondazioni, ong impegnate nella gestione di beni comuni, di servizio civile per la comunità, di coworking e di start up nell’ambito della sostenibilità, di accoglienza e di inserimento sociale e lavorativo di migranti. L’ambito dell’economia civile presenta una biodiversità e una capacità di espansione notevoli, che la rendono un’alternativa sempre più credibile rispetto alle logiche dell’economia tradizionale. E, naturalmente, crescono anche i tentativi di greenwashing, di utilizzo di un titolo e di un’immagine cui non sempre corrisponde un contenuto coerente: dopo l’abuso del termine “sostenibilità”, anche quello di “etica” tende ad affermarsi, soprattutto nell’ambito della finanza e delle banche che talvolta si dotano di alcuni strumenti se non di spin off d’impresa “etici” nel tentativo di ricostruire una propria credibilità e di riallacciare un rapporto con i risparmiatori ormai disillusi e sospettosi verso un mondo della finanza privata responsabile della crisi di cui si avvertono ancora gli effetti sociali ed economici. Ma la coerenza richiede che tutta la finanza diventi etica e che tutta l’impresa sia sostenibile: non vi è più spazio per trucchi o per ridurre l’economia civile ad un settore di possibile espansione commerciale per la finanza tradizionale. Emerge da questo arcipelago una domanda ineludibile di radicale ripensamento dell’economia globale, della finanza, del modo di produzione e di consumo. Per questo crescono le esperienze di azionariato attivo e critico da parte di tanti attori della società civile organizzata in Europa e nel mondo: gli azionisti, i risparmiatori, i consumatori chiedono alle grandi aziende che forniscono servizi e prodotti di essere (non di “dichiararsi”) corrette, sostenibili, oltre che efficienti. E quando sono gli Stati a partecipare queste grandi aziende, ad essi è chiesto di svolgere la loro funzione di indirizzo politico e di guida dell’economia anche in quelle sedi, in coerenza con le dichiarazioni politiche e gli impegni assunti in sede internazionale.

Diritti umani e imprese

Le imprese, soprattutto quelle grandi e oggi nella loro dimensione internazionale, sono attori fondamentali non solo dello sviluppo economico, ma anche di quello ambientale e sociale; dai loro comportamenti concreti dipendono spesso l’applicazione dei principi e dei diritti sanciti nel diritto internazionale positivo, dal clima ai diritti umani, dal lavoro ai diritti civili e politici. La questione della responsabilità dei grandi attori economici multinazionali è da anni all’attenzione del mondo accademico, della società civile, e dei governi. Nel 2011 l’ONU – dopo un processo negoziale durato sei anni che ha coinvolto stati membri, società civile e rappresentanze delle imprese – ha licenziato i Principi Guida su Imprese e Diritti Umani. Tali principi, tuttavia, non creano una nuova cornice di regole vincolanti sui diritti umani, ma si limitano a fornire un quadro di strategie volte ad attuare i diritti umani nel contesto del business mescolando norme esistenti con incentivi di mercato. E le violazioni dei diritti umani da parte e all’interno di tali imprese restano purtroppo all’ordine del giorno. Per questo un gruppo di governi hanno promosso in seno al Consiglio dei Diritti Umani, nel 2014, una risoluzione votata a maggioranza con l’intento di istituire un Gruppo di Lavoro Inter-Governativo delle Nazioni Unite sul tema, il cui mandato mira ad elaborare una regolamentazione vincolante delle imprese trans-nazionali (e delle altre imprese private) in relazione ai diritti umani – e alle norme internazionali che li sanciscono. Un processo che, parallelamente all’impegno per dare comunque attuazione ai principi dell’ONU, deve essere sostenuto dai soggetti delle società civili dei vari Stati.

Occorrono quadri legislativi, ad ogni livello, che regolino, normino (e sanzionino le violazioni) e promuovano attività economiche, sociali, fiscali, ambientali coerenti con un mondo più equo e sostenibile; gli obiettivi da soli, seppure elaborati e dichiarati in roboanti sedi istituzionali internazionali, non sono sufficienti.

Se si vuole, ad esempio, davvero valorizzare il Terzo Settore, così come il nuovo Codice introdotto dal Decreto Legislativo n.117 del 3 luglio 2017 richiede, allora occorre dare piena e coerente attuazione all’impianto della norma e fornire gli strumenti, anche operativi e finanziari (dai Social bonus ai Titoli di solidarietà), affinché l’obiettivo dichiarato possa essere raggiunto.

Un nuovo patto fiscale, equo e trasparente

Per poter tornare a nutrire credibilità nelle istituzioni e dunque mantenere salda la democrazia, evitando che diventi preda di pericolosi populismi, è necessario che le stesse si adoperino per il bene comune, che tornino ad essere protagoniste svolgendo con equilibrio ed equità la loro funzione regolatrice e di redistribuzione equa della ricchezza. Trasparenza, efficienza e legalità sono i tre principi a cui questa funzione pubblica deve richiamarsi. Non sempre è stato così negli ultimi decenni, anzi. E il settore dell’economia e della finanza ha dimostrato quanto inetto e, dunque, corresponsabile fosse l’azione della mano pubblica. La relazione pubblicata dal Ministero dell’economia e delle finanze sullo stato del contenzioso e sull’attività delle commissioni tributarie fotografa impietosamente la situazione, quando afferma che “il fenomeno dell’evasione fiscale assume nel nostro paese dimensioni molto ampie…[esso] determina effetti distorsivi sull’allocazione delle risorse e interferisce con il normale funzionamento del mercato; altera l’equità e la progressività del sistema tributario; infine, è sinergica alla corruzione e alla criminalità economico/organizzata… L’evasione fiscale costituisce un serio ostacolo alla realizzazione di un mercato pienamente concorrenziale… Comportando un aumento del livello della pressione fiscale per i contribuenti che adempiono correttamente ai propri doveri fiscali, l’evasione genera iniquità sociale, mina i principi di solidarietà e legalità sui quali si fonda il “patto” tra lo Stato e i cittadini… Infine, l’evasione fiscale è strettamente connessa alla corruzione e alle attività della criminalità economico/organizzata.”.

La persistenza dei paradisi fiscali, una fiscalità che ha ridotto sensibilmente i suoi caratteri di progressività, l’evasione e l’elusione fiscale praticata non solo da individui facoltosi ma soprattutto da imprese hanno eroso la fiducia dei cittadini negli enti pubblici e fornito anche alibi a comportamenti individuali scorretti e all’allontanamento dei cittadini dalla partecipazione democratica. Ma non tutto è andato storto: la società civile ha iniziato a capire il fenomeno della corruzione e dell’evasione, ma più si faceva opera d’informazione e presa di coscienza nell’opinione pubblica più s’intensificavano i messaggi elusivi per distogliere l’attenzione dal problema reale. Per ripristinare una reale fiducia tra contribuente ed ente pubblico erogatore dei servizi con le imposte acquisite è urgente operare per:

  • una maggiore progressività delle aliquote al crescere del reddito oltre le attuali soglie, secondo i modelli in uso in altri Stati europei;

  • tassare i patrimoni più consistenti;

  • attuare la Tassa sulle Transazioni Finanziarie, per attenuare la speculazione, colpendola con una piccola tassa dalla quale ricavare maggiori risorse e stabilità economica;

  • combattere i “paradisi fiscali” e l’elusione fiscale. Quest’ultima, ad opera di singoli o di imprese, spesso multinazionali, consente di non pagare le imposte, avvalendosi di scatole societarie, triangolazioni tra paesi, vuoti normativi;

  • coordinare le politiche fiscali e di esazione con quelle di presidio della legalità, a partire da quelle antiusura, antimafia e creditizie. Le persone e le imprese, chiamate ad adempiere al pagamento delle imposte, vanno considerate nella completezza e complessità della loro condizione specifica, nonché territoriale e ambientale di riferimento; valorizzando una impresa che assume, o una famiglia che incentiva il lavoro di cura, o incentivare coloro che sono sempre in regola

  • sviluppare una fiscalità di “scopo” più trasparente e rendicontata socialmente. Il cittadino dovrebbe essere maggiormente coinvolto sul tema dell’utilità specifica della singola imposta;

  • combattere l’evasione fiscale attraverso la tracciabilità dell’intera filiera produttiva del lavoro e delle merci per contrastare il lavoro nero, la vendita di beni artefatti, falsi e inquinanti, incentivando l’iniziativa con agevolazioni fiscali;

  • inserire nella contrattazione collettiva aziendale, territoriale e pubblica, norme di verifica contro la corruzione ed evasione fiscale, tramite informative periodiche ai lavoratori e Organizzazioni sindacali, circa la propria posizione di assolvimento fiscale e contributivo;

  • introdurre strumenti come il certificato di assolvimento fiscal, e un Durc fiscale, obbligatorio in tutti i casi in cui il contribuente entra in rapporto con le pubbliche amministrazioni od altri enti di varia natura.

Europa: la finanza, da problema a parte della soluzione

Queste ed altre iniziative hanno lo scopo di rendere più efficiente e credibile la pubblica amministrazione e ridurre le sperequazioni fiscali, sociali ed economiche fra i cittadini. Restituire credibilità e autorevolezza allo Stato è importante per la salute di qualsiasi democrazia.

Ma questo è tanto più necessario, in quanto il quadro in cui molte di queste azioni si svolgono deve essere necessariamente europeo.

L’Europa è a un bivio fra disfacimento e rilancio: percorsa dalla rimonta dei nazionalismi egoistici, battuta dalla peggior crisi economica e sociale della sua esistenza, svuotata di visioni politiche lungimiranti sul suo futuro, le sue classi dirigenti non riescono a ritrovare lo slancio e i motivi per riportare al centro dell’agenda politica globale il progetto di integrazione e convivenza pacifica di popoli, società, culture ed economie per il quale nel 2012 le fu conferito il premio Nobel per la Pace.

La crisi ha accentuato la subordinazione delle autorità pubbliche al mercato e ai suoi strumenti: le risposte alla crisi che l’Europa ha perseguito apparivano più a compiacere i mercati che non a rafforzare la regola d’oro di tutta la costruzione europea, la solidarietà, che ormai non orienta più l’azione comune degli Stati, che si tratti dell’economia o dei profughi. Mentre si è affermata una ottusa regola, posticcia e arbitraria, quella della rigidità del rapporto fra debito pubblico e PIL al 3%, che evidentemente non ha nessuna relazione con il principio di solidarietà ma, al contrario, disincentiva ogni forma di assunzione solidale dei problemi che riguardano tutta l’Unione e che possono implicare un peggioramento del rapporto debito/PIL dei singoli Stati, lasciando a loro la gestione in proprio di quei problemi. Così, la debole ripresa alimentata dal tardivo intervento della Bce, oggi fa dimenticare che questi problemi restano irrisolti nel cuore dell’Europa. La regolamentazione della finanza privata (causa prima della crisi) è scomparsa dall’agenda europea: la tassa sulle transazioni finanziarie in Europa è arenata da anni tra veti incrociati e scetticismi; la proposta di separazione banche commerciali e banche di investimento è stata definitivamente archiviata, nonostante la riprovazione pubblica i derivati sono arrivati a livelli record e a nessuno dei paradisi fiscali è stato posto qualche serio limite, con la direttiva su Capital Markets Union si rilanciano le cartolarizzazioni e il sistema bancario ombra. A questo parossistico stato di cose, la finanza etica contrappone un progetto di cambiamento profondo del sistema finanziario.

Proprio a livello europeo sono auspicabili e urgenti norme per la regolazione della finanza. E’ necessaria una pressione e un impegno sulle istituzioni europee per l’approvazione di una tassa sulle transazioni finanziarie, sui paradisi fiscali, sulla limitazione dei bonus dei manager, sull’estensione dell’applicazione del principio precauzionale contenuto nel Trattato di Maastricht anche all’ambito finanziario, sulla base imponibile comune a tutti i paesi UE (Common consolidated corporate tax base). Quest’ultima proposta, che risale al 2011, non è soltanto uno strumento per garantire una efficiente e trasparente tassazione dei redditi di impresa e per influenzare le decisioni di business delle imprese, ma anche per fondare una maggiore equità fiscale. Il fatto che alcune multinazionali possano abbattere il proprio «tax rate» attraverso opportunità di pianificazione fiscale mentre contemporaneamente i cittadini europei sperimentano una crescente pressione fiscale è percepito come «iniquità fiscale» non più sopportabile. Un base imponibile comune per i paesi UE coglierebbe così molteplici obiettivi: renderebbe più agevole l’operatività delle società nel mercato UE anche attraverso la presenza di un’unica Autorità Fiscale, introdurrebbe trasparenza circa l’effettivo tax rate di ogni Stato Membro, rimuoverebbe la presenza di regimi fiscali «preferenziali» presenti tra i diversi sistemi nazionali, garantendo che la tassazione avvenga laddove i profitti sono generati, favorirebbe la cooperazione.

Solo se l’Europa saprà garantire equità e giustizia, saprà essere forte con i poteri (massimamente finanziari) che fin qui ne hanno ridotto autonomia e autorevolezza, potrà impedire il dilagare dei revanchismi, dei razzismi e degli egoismi che si alimentano delle paure e delle frustrazioni in gran parte generate dagli effetti sociali ed economici della crisi finanziaria. Solo allora, e non per effetto di qualche punto di PIL in più, saremo davvero fuori dalla crisi.

Novo Modo

novembre 2017

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